sabato 20 novembre 2010

Brescia, giustizia impossibile


di Bruno Tinti

Strage di Brescia: sentenza di assoluzione per insufficienza di prove. “La sentenza mortifica i parenti delle vittime”; “Niente giustizia per mio padre, oggi mi manca ancora di più”; “Me l’aspettavo. Come si fa a fidarsi delle istituzioni?”; “La vergogna di Roy Hagen” (Delfo Zorzi, uno degli imputati); “La nuova ferita”. Questi alcuni dei titoli di giornale. Capisco il dolore dei parenti: la condanna dei colpevoli non restituirebbe la vita ma realizzerebbe una specie di equilibrio; resterebbe il dolore, non la frustrazione, l’ira, l’impotenza. Ma è possibile – pensano – che, dopo 36 anni, questo equilibrio non sia stato realizzato? Si, è possibile, soprattutto dopo 36 anni. Provo a spiegare perché.

IL PROCESSO non si fa solo ai colpevoli, non serve per ratificare una sentenza di condanna già emessa. Se così fosse, sarebbe inutile: c’è un delitto, la polizia scopre il colpevole, il pm lo condanna all’ergastolo. Il processo si fa nei confronti di persone che non si sa se sono colpevoli o no; serve per accertarne la colpevolezza; e, ma è la stessa cosa, per accertarne l’innocenza. La rabbia della vittima per una sentenza di assoluzione è l’altra faccia della medaglia della rabbia dell’imputato per una sentenza di condanna: ognuno dei due ha già deciso, prima ancora che il processo finisca, che la sentenza “giusta” è quella che corrisponde alla sua aspirazione. Ma questa convinzione è dissennata. La sentenza “giusta” è solo quella emessa dal giudice nel rispetto delle regole. Solo se si prova che il giudice è stato corrotto o ha trascurato prove decisive in un senso o nell’altro, solo in questo caso la sentenza può essere definita “ingiusta”. E allora si farà un altro processo e ci sarà una nuova sentenza. Insomma nessuno è “colpevole” se una sentenza non lo qualifica tale.

Una sentenza è cosa diversa dal giudizio del privato cittadino. Una sentenza deve essere motivata solo sulla base delle prove acquisite nel processo, non può fondarsi su convincimenti personali, sensazioni, intuizioni, nemmeno sull’accertata responsabilità dell’imputato in altri casi analoghi. Facciamo un esempio: la moglie sorprende il marito a cena con un’avvenente signora; li affronta, contesta il tradimento; i due sono imbarazzati; “ma no, che dici, non è come pensi”; poi tacciono, confusi; magari, più tardi, a casa, il marito confessa. Due anni dopo, udienza di separazione. La moglie ricorda l’episodio, il marito lo minimizza: “Un incontro di lavoro, un aperitivo; non le avevo detto niente perché è sempre gelosa, mi fa scenate continue”. La confessione? Mai avvenuta. Il giudice presumibilmente non riterrà provato il tradimento: a chi credere? Ma, se gli fosse stato mostrato un video di quella cena, se avesse visto, sentito, la sua decisione sarebbe stata diversa. Solo che il video non esiste, deve decidere con le prove che ha. Ecco perché non c’è necessaria coincidenza tra la decisione del giudice e la verità storica. Può non piacere, può deludere, ma è così. La sentenza è il tentativo degli uomini per garantire una civile convivenza, la soluzione dei rapporti tra i cittadini; ma non può essere considerata un oracolo, il giudizio divino, la Verità.

È NORMALE che non si arrivi a una decisione certa dopo 36 anni; è quasi impossibile. Si scopre un documento dopo 15 anni; a quando risale, chi lo ha conservato, perché non è stato trovato prima? E se è falso, come dice Tizio, smentito da Caio ma confermato da Sempronio? Arriva un testimone, dopo 10 anni, rivela alcune cose, ne smentisce altre, poi ritratta. Quando ha detto la verità, prima, dopo? E perché si è fatto vivo dopo 10 anni? Chi lo ha mandato? Il problema è che il giudice non può dire, come chiunque, “boh, non ci capisco niente, non ho elementi per decidere, chiedete a qualcun altro” . Lui deve emettere una sentenza; e, quando gli elementi a sua disposizione non sono sufficienti per decidere, non gli resta che dirlo: insufficienza di prove. Non c’è da stupirsene. La Corte Suprema degli Stati Uniti giudicò irragionevole la tesi in base alla quale l’assassino di John Kennedy era Lee Oswald, poi ammazzato da Jack Ruby in un impeto d’ira e di vendetta. Ma non fu possibile trovare le prove su chi fosse il mandante del primo e del secondo omicidio. Supposizioni, convincimenti, pregiudizi: la Cia, i terroristi, gruppi di potere di varia natura. Ma a chi fare il processo? Chi mandare sulla sedia elettrica?

E qui, nel nostro Paese, a Brescia: sì, strage nata negli ambienti neofascisti, così hanno detto alcune sentenze; ma chi piazzò l’ordigno, chi dette gli ordini, chi progettò? Non si è accertato; in 36 anni decine di giudici, centinaia di poliziotti, hanno fatto quello che potevano per accertare la verità; certamente altri, molto potenti, hanno fatto anche loro quello che potevano per impedire le indagini. Ci sono riusciti; in Italia, come negli Usa, come in qualsiasi altro Paese, quando il Potere decide di sottrarsi al controllo di legalità. È la constatazione di una verità che, presto o tardi, tutti debbono capire: la storia non si fa con le sentenze, si fa con le elezioni; e, qualche volta, con le rivoluzioni.

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